06 Novembre 2010
07 Dicembre 2009
So di non essere la fidanzata perfetta. Sono brontolona, lunatica e spesso tagliente nelle battute. Quando
bevo la cocacola rutto, parlo quando dovrei stare zitta, quando sono
agitata impiastriccio le parole e viene su un "rabelòt". Mi fisso su tutto, specialmente sui sentimenti. E' difficile che mi liberi dal ricordo di persone a cui ho voluto bene. Piango quando sono nervosa e sono intrattabile la settimana prima delle mestruazioni. Quando sono a disagio mi tocco i capelli abbassando lo sguardo. E' quasi impossibile che prenda per "non personale" i discorsi. Il mio
egocentrismo tende a manifestarsi continuamente. E così mi costruisco
tante paranoie che servono solo a distruggere quei pochi neuroni rimasti
in vita. Incoerenza è il mio secondo nome. Puntualmente faccio mille
discorsi pseudo-filosofici su cosa è giusto e cosa è sbagliato, magari
rimproverando altri, e puntualmente, poco dopo, ribalto anche io le
cose, andando contro i miei stessi principi. Non so cosa voglio nel
mio futuro, cosa desidero fare, ma ho sempre la convinzione di conoscere
il destino degli altri, cosa è meglio per loro. Sono ottimista, vedo sempre il bello nelle cose, tranne che per quello che riguarda la mia persona. Dico
di voler il giudizio degli altri per migliorarmi, ma quando arrivano
pareri negativi mi demoralizzo mettendo in discussione tutto. In alcune cose sono estremista, o è bianco o è nero, niente sfumature. Ho tanti di quei difetti che a volte mi chiedo come fai ad amarmi, come fai a sopportarmi, come fai a vivermi così. Io non mi sopporto.
31 Ottobre 2010
09 Ottobre 2010
22 Settembre 2010
In questi ultimi mesi non ho fatto altro che ripetere di aver perso l'ispirazione, di non saper più cosa dirvi. Solo oggi mi rendo conto di aver detto una gradissima cavolata. Io non ho mai perso la voglia di scrivere.. Ho perso solamente la ragione valida per farlo. Sono passati tre anni dal mio primo "post" sul web. A
quel tempo scrivevo per schiarirmi le idee, per condividere i miei
dolori, per cercare l'amicizia e (perché no?) il grande amore. Ogni giorno sentivo il bisogno di raccogliere le lacrime e trasformarle in frasi.. in qualcosa di utile a me e agli altri. Gli
anni sono volati. Ho trovato l'amore, persone splendide con cui
condividere le mie piccole conquiste quotidiane e la serenità giusta per
affrontare ogni giorno con il sorriso. Oggi mi sono resa conto che il vero motivo per cui non scrivo più è che non ne ho bisogno. Ho trovato tutto quello che cercavo, sono cresciuta. Ho imparato ad affrontare la vita con tutti i suoi ostacoli, ho imparato a cavarmela da sola. Non ho più bisogno di condividere le mie emozioni come un tempo.. sono felice, ho tutto quello che ho sempre desiderato.. Se lo facessi finirei per diventare la classica mielosa che racconta la sua vita superperfetta (anche se non lo è).
E allora perchè sono ancora qui a farlo?
"Parlare continuamente non significa comunicare" è il titolo del mio blog ed è una cosa che voglio fare, come mai prima, in questo blog. Oggi, sul treno, ho capito che la cosa che amo di più è viaggiare. Non necessariamente all'estero o in altre città.. semplicemente uscire di casa e andare in giro.. Mi piace vedere nuovi posti, ma soprattutto adoro incontrare nuove persone. Quelle
persone che si incrociano al bar, sui mezzi, al lavoro, e che, per una
banalità, entrano a far parte della tua giornata chiacchierando del più e
del meno. Trovo sia splendido condividere pezzi di sé con dei semplici sconosciuti. E' come regalare un po' della propria anima a qualcun altro, anche se per pochi minuti. Ho un progetto miei cari, uno di quelli seri: Voglio vivere. Sì,
avete capito bene, voglio vivere.. al massimo. Che sia un sorriso, una
gentilezza, un discorso pseudo serio o divertente, qualunque cosa..
voglio farla mia. Ho deciso che terrò un quaderno dove appunterò le
cose imparate nel corso della giornata, così un giorno, se perderò la
fiducia nel mondo, posso riprendere quel piccolo scrigno e rileggerlo. Scriverò anche qui. Così che tutti voi possiate imparare quello che io vivo tutti i giorni. Comunicherò. Voglio scrivere per insegnarvi quello che gli altri mi mostrano vivendo. Questo è il mio motivo.
15 Settembre 2010
21 Marzo 2007
Perché è un effetto vedo non vedo. [Questo.] Anche se in realtà si vede tutto quanto benissimo. [Perché si tende a fingere. O a non voler vedere.]
Ma penso: “si può stare tranquilli.” Perché sotto c’è un rosso niente male. Un gran bel rosso. In fondo.
E allora stiamo fermi. [Che dici?] Al riparo. Come ibernati. Con attorno solo e soltanto blu. Come congelati. In attesa di un qualcosa. Che si intravede sempre dietro un angolo. Sotto metri di neve. E che sa sempre più di verde.  ..Sempre più di verde.
31 Agosto 2010
15 Maggio 2010
La cosa bella del caffè è che quando non sai che fare puoi sempre farti un caffè. Un caffè ci sta bene appena svegli, a metà mattina, a metà pomeriggio, e anche a sera inoltrata. In qualunque momento di vuoto interiore puoi farti il tuo bel caffè, con tutta la ritualità della preparazione, svita riempi riavvita... e poi c'è quella piccola attesa, quei minuti nei quali non hai altri obblighi se non vegliare il caffè. E in quei pochi minuti è possibile che ti si chiarisca in mente cosa devi fare, e si superi quella empasse iniziale. Quella che ti sta facendo fare il caffè, per capirci. Poi ci sono i rumori, i crepitii allegri e gorgoglianti, e i profumi inconfondibili. Dopo il caffè, poi, puoi anche fumarti una sigaretta, ed ecco che ti sei coccolato a dovere. Il problema sorge ora. Se tutti questi minuti di affaccendamento rituale non ti hanno risistemato l'umore e risintonizzato con la tua giornata sono cazzi.
E adesso che faccio? Perché il problema del caffè, è che dopo non puoi mica farti un altro caffè! E manco un'altra sigaretta. Istintivamente conscio di questo tuo vuoto interiore, di questa ormai ineliminabile vuotezza, non sai più che pesci pigliare. Le stanze son deserte, deserte e silenziose. Ok, puoi sicuramente mettere una vecchia canzone per dare un tono all'ambiente, ma prima o poi anche quella finisce, e poi magari sei come me, e la musica la ascolti tramite il pc, e rischi seriamente di ingorgogliarti in quei meandri senza uscita del perdere-tempo-al-pc. E chi perde troppo tempo al pc, nella vita, non conclude niente, ve lo dico io. Ma ce lo vedete voi Petrarca che sta su facebook e dice “vabbhe dai, altri 5 minuti a fare la fattoria e poi vado a scrivere Africa”.
E infatti Africa non l'ha mai finito...
Vabbhe, ok, però mi sembra quantomeno improbabile che non abbia mai finito Africa perché doveva guardare le foto della sua compagna delle medie, che nel frattempo è diventata un troione.
Dunque bisogna evitare di annichilire se stessi nella noiosa routine mangiatempo del computer. Bisogna attivarsi.
Se la crisi è davvero grave la risposta è e può essere una sola. La vasca da bagno. O almeno è l'unica che ho trovato io. La storia d'amore fra me e la vasca da bagno va avanti ormai da un paio di decenni buoni. Quando ero bambino, alla sera, mia madre mi piazzava nella vasca da bagno per scrostarmi una intera giornata di giochi in giardino, ed io, a differenza di Calvin (nota a piè pagina: cfr Calvin and Hobbes) adoravo già allora fare il bagno. E anche lì, vuoi o non vuoi, si ripiomba nei piccoli riti quotidiani. Piccoli amabili inscatolanti riti quotidiani. Mentre la vasca si riempiva bisognava passare almeno una decina di minuti a scegliere meticolosamente i giocattoli da portare. Un giorno persi un cornetto dell'elmo di Pegasus (presumo, ma mai avrò la certezza) nel buco ingoia-tutto della vasca da bagno. Fu un piccolo dramma, perché mica si può ricomprare tutto il pupazzetto per il cornetto sinistro dell'elmo! Però l'elmo era la parte più bella, e senza corno... scornato per dirla in modo simpatico, tutto l'equilibrio di Pegasus era andato a farsi benedire.
Ovviai così: spesse volte nel cartone animato i personaggi non avevano l'elmo. Ovviamente lo perdevano in qualche scontro, e ruzzolava puntualmente via al primo cazzottone ricevuto. In realtà era un escamotage, perché gli elmi erano molto difficili da disegnare, e ci si perdeva un casino di tempo, mentre i capelli erano sempre molto abbozzati e sbrigativi. In questo modo i disegnatori (immaginiamo schiere di giapponesi curvi e chini sui tavoli e sulle tavole da disegno per quattordici ore al giorno... buon vecchio e caro luogo comune!) avevano la vita un poco più semplice.
E così anche io facevo volare via l'elmo di Pegasus ai primi colpi, facendo finta di non vedere la vistosa assenza nei primi istanti di gioco. E la filologia è salva.
Ma oggi primo: non posso portarmi più i giocattoli nella vasca da bagno. Anche perché il mio bagno è l'unica camera che confina coi vicini e si sente tutto, e mi vergognerei un po' ad incrociare la tizia sulla porta, sapendo che mi sente giocare in vasca da bagno. Ma soprattutto perché la vasca da bagno serve ad altro.
Per me è una sorta di limbo, sospeso a metà fra la prigione, l'eremo, il piacere fisico dell'acqua tutto attorno, riequilibrio di temperature, clausura, cura del sé necessaria o narcisistica... insomma, è un qualcosa di molto importante. Lì si sovverte tutto il quotidiano: i tuoi punti deboli possono diventare i tuoi punti di forza, e se ti ci metti a leggere e studiare sicuramente non ne uscirai presto. Il perché è semplice: la pigrizia di lavarsi, asciugarsi, prendere freddo, rivestirsi eccetera... è una prospettiva talmente respingente per un pigro, che egli la procrastinerà all'infinito. E nel frattempo si studia.
Tutto ok dunque, sembrerebbe lineare. Metti a fare il caffè, intanto apri la vasca da bagno, poi ti fumi la sigaretta, ti lavi i denti, e ti ci infili.
Se nove volte su dieci il problema è risolto, oggi tutto cospira contro di me. Sì, perché il bagno l'ho già fatto stamattina, e mi sono giocato in anticipo la mia carta vincente. E il bagno (molto più del caffè e della sigaretta) è una fregatura, perché uscito dal bagno CERTAMENTE non puoi farti un altro bagno.
E così sono venuto a scrivere questo post. (Che mi è venuto in mente mentre facevo il caffè).
20 Agosto 2010
03 Febbraio 2009
Dietro ogni villano c'è uno scemo.
Forse non sarà una considerazione molto originale, e forse ognuno penserà un po' lo stesso del proprio agglomerato urbano o semi-urbano, ma io vi garantisco che il il mio è VERAMENTE un posto abitato in gran parte da "matti", nelle più diverse forme: casi clinicamente riconosciuti, ubriaconi sbandati, picchiatori, fissati, rompicoglioni comuni. Fatevi una gita e potrete constatarlo con i vostri occhi; a Montefiascone - sarà l'influsso della celebre tradizione vinicola, sarà genetica - non si nota lo "scemo del villaggio", bensì il savio, in quanto le piene facoltà mentali, la mancanza di almeno un handicap fisico-mentale è davvero una rarità. Tutto questo potrà sembrare (a qualche imbecille) un po' razzista, ma io me ne fotto, e mi voglio in qualche modo sfogare, con questo scritto; dopo 27 anni non ne posso più degli scemi di questo paese, paese che io chiamo, senza ovviamente nessuna discriminazione specista, "zoo". Zoo perché qui si possono ammirare le varietà dell'idiozia e dell'abbrutimento umano come in nessun altro luogo. E' dura vivere qui, è, come dico sempre "una vita ad assecondare i matti", se ti metti a contarli non finisci più. Mio padre una volta ci provò, ma arrivato a 70 (solo fra le sue conoscenze) senza contare gli affetti da vere e proprie "malattie", si arrese sconfortato e stanco. Ora, qui non si vuole certo aprire dibattiti su cosa sia la "pazzia" e la "normalità", né scendere nel campo medico o psicanalitico , ma solo sottolineare quanto sia difficile a Montefiascone, 13.000 abitanti, almeno per me (fossi io il pazzo?) relazionarsi al prossimo senza dover subire farneticazioni ossessive, aliti agghiaccianti o turpiloqui privi di alcun senso. Nel paese dove sono nato sono oltremodo diffusi l'alcolismo, la tossicodipendenza, la demenza senile, l'autismo, il suicidio, il bullismo, la schizofrenia e la criminalità. I restanti sono persone strambe, sciroccate, come minimo, intrattabili, il cui agire esula da qualsiasi logica. Risultato? messo il piede fuori di casa, una persona su due che ti si ponga dinanzi si rivela inevitabilmente MATTA come un cavallo da corsa ed allora hai due alternative: subire stoicamente il "finimento" o mandarla affanculo più o meno gentilmente. Non conosco le cause scatenanti del fenomeno "matteria" in questo preciso luogo, ma so che personalmente ne ho piene le palle, anche uscire poco non si rivela molto utile, dato che quando sono sul posto di lavoro, il luogo viene invaso dai suddetti matti ed è un continuo coatto evitare fiatate assassine - i matti sono in media più brutti e la bruttezza emette di per sé tanfo, questa è la mia teoria, che piaccia o meno - ed annuire passivamente per non menare le mani. Sì, perché a Montefiascone non si finisce per diventare fascisti, ma NAZISTI, c'è questo rischio, perché, ovunque vai c'è uno scemo, o un'orda di scemi, che, come in un film horror sugli zombie, ti insegue per assalirti con i suoi vaneggiamenti. Allora vorresti veramente sterminarli, vorresti l'eugenetica, perché non sei libero di vivere in pace, in questo modo. Per non parlare della grottesca bruttezza di svariati soggetti, qui la frenologia pare trionfare grandiosamente. Il mio vicino di casa ad esempio? ecco, ne ho già parlato di Marcellone, un ormai anziano arcigno contadino piromane e cleptomane che ogni tanto fa sparire legna dal mio modesto appezzamento di terreno o appicca un incendio alla siepe che separa le nostre due proprietà, per poi negare tutto, ovviamente. E badate che mi sono spostato di soli 40 metri dalla mia camera. Fate voi. "Ecco un altro matto", è questa la frase che ci diciamo quotidianamente in negozio, in un tono fra il divertito e l'angosciato. Di episodi singoli potrei raccontarne a centinaia, ma preferisco rimanere così sul generico, per dare un'idea di quale realtà drammaticamente pittoresca si cela su questa collina che sovrasta il bel lago di Bolsena. Io qui di gente, non dico "normale", ma con la quale si possa interagire senza censure o parziale accondiscendenza, ne conosco davvero poca. Qui la gente "impazzisce" con una facilità inaudita e te la ritrovi da un giorno all'altro gonfia di psicofarmaci (come se non bastasse) che si trascina per la via, tanto che tendo a domandarmi sempre chi sarà il prossimo. Ripensandoci, un aneddoto molto significativo in tal senso potrebbe tuttavia essere il seguente: durante un'estate, all'età di circa 17 anni, mi trovavo nella piazza principale del paese a strimpellare e cazzeggiare con alcuni miei coetanei e non (fra cui egli il quale può testimoniare) seduti sul marciapiede; quella sera si era tenuto un concerto degli Inti-Illimani ed alcuni membri dello storico gruppo cileno erano in giro a bere qualcosa per le vie del paese, movimentato come ogni estate (e basta), così, per un puro caso ci ritrovammo ad eseguire le nostre canzoni rock preferite con il bassista ed il percussionista degli Inti-Illimani in persona, fomentatissimi per quella sgangherata jam session improvvisata; scoprimmo ad esempio, con immenso stupore, che anche loro, giovani, erano amanti degli Smashing Pumpkins e dei Nirvana e giù a schitarrare con entusiasmo. Un momento magico per noi adolescenti di provincia, direte voi. Già, se non fosse che quel momento magico fu catastroficamente interrotto dall'avvento di "Carvello" notorio matto molesto e beone di grossa mole che al tempo compariva puntuale ogni estate per infastidire il prossimo in occasione della "Fiera del Vino" locale, il quale, malato di protagonismo come tutti i matti molesti giustamente emarginati dalla società (ma non abbastanza vittime di violenza) ed avido di attenzione, finì non solo per rovinare la performance e l'atmosfera ma anche per costringere un mio conoscente particolarmente bonario ad accompagnarlo a casa, pena violenza fisica. E nel frattempo me ne è tornato alla mente un altro altrettanto terrificante, tanto che mi sale la rabbi a ripensarci: verso i 15 anni ebbi un mezzo "appuntamento" con una ragazza tanto carina e delicata ai giardinetti, tipo Muccino, e mentre ci parlavo amabilmente, chi ti vedo arrivare? "ma "Massimone" ovviamente! altro tipico obeso ritardato e strabico (reo di avermi menato alle medie e rubato videogiochi, forte della sua vincente mole e della sua infermità), che mi/ci si appioppa iniziando a rompere le palle non so con quali futili insensati argomenti; ero tanto cieco di rabbia per l'infausta sorte a me toccata che ho dei ricordi piuttosto vaghi del seguito. Ecco, i miei ricordi di adolescenza, anche quelli più positivi e colorati, sono infestati dai matti e per questo li maledico, maledico le loro madri matte a loro volta e chi le abbia impunemente ingravidate. Mio padre mi ha sempre insegnato a non dare spago ai matti, a togliermeli di torno bruscamente, e da ragazzino questo suo atteggiamento mi pareva troppo brusco, cattivo, insensibile. Ora penso sia un eccesso di indulgenza. Che poi ho notato che le famiglie di codesti rompicoglioni con licenza tendono a rincretinirli ulteriormente attraverso l'abuso di carinerie e l'applicazione di nomignoli imbecilli: StefanUCCIO, RiccardINO, PietrUCCIO, RobertINO, e vaffanculo va'. Io ai buonisti ed agli indignati per simili parole, li farei stare una serata con un minorato/alcolizzato a scelta dell'inesauribile campionario falisco,a contatto con il suo alito pestilenziale e la sua voce cacofonica dai decibel misteriosamente esagerati, dopo una giornata di lavoro o di studio, e poi vediamo se danno ragione a me o a Cristicchi. " I folli sono adorabili"; "i folli sono geniali"; " i folli sono incontaminati"; "i folli sono puri"; bene, cuccateveli voi 'sti Bijou, ché io il servizio civile l'ho evitato grazie alla miopia e la benedico ancora oggi.
04 Agosto 2010
17 Maggio 2007
Poco fa avevo voglia di mettere rumori di fondo. Dolci. Tranquilli. Sereni. Distesi. Da sogno&sonno. Rumori [sinuosi? leggeri?] degni del mio stato d’animo. E più precisamente:“Easy” dell’Altra di Reykjavík. Appunto. Poco fa. Perché ora invece vorrei solo. Cancellare le tracce. Di inviti. Che non riesco a mandare giù.
E che mai nemmeno forse riuscirò a masticare.
Pens(av)o che dalle finestre si intravede un paesaggio. Da mozzare il fiato. Pens(av)o che la calma che si legge lì è avvolgente. Da non lasciare vie di scampo. Pens(av)o che sarei riuscito a starmene zitto. A fingere.
Ma forse non sono per nulla un buon attore. E nemmeno lo sarò mai.
Bonne Nuit 
15 Luglio 2010
27 Dicembre 2006
Eva volava tra le foglie deglia alberi Steso a terra. O abbattuto al suolo, come la città di Troia. Il
torace contro il suolo. Il grigio dell’asfalto bagnato mi
riempiva gli occhi. Riuscivo a sentire ogni goccia che mi inzuppava la
giacca. Il freddo penetrava fino alle ossa. Era difficile, davvero
difficile alzarsi. Scendeva la sera, lentamente. Calava
il buio sul mio corpo vinto. Si accendevano i lampioni, uno dopo
l’altro. La pioggia mi avvolgeva in una pozza di lacrime, e
sangue, e vetri spezzati. Strisciando come un verme, mi ero avvicinato
al mio appiglio, la mia salvezza, la mia vita di metallo. Ero quasi riuscito a sedermi. Quasi. Quando giunse alle mie orecchie
bagnate un rumore di passi. Era una donna, a giudicare dai tacchi.
Ignara, si avvicinava. Veloce. Il sollievo mi inondò il cuore.
Mi aveva riportato alla vita, e, insieme, alla crudeltà che
filtrava ogni parola. Voltai il viso nella sua direzione. Avanzava, una sagoma esile.
Camminava sotto la pioggia, facendo roteare l’ombrello appoggiato
alla spalla. Tornò il giorno dopo, e quello dopo, e quello dopo ancora. Aveva
detto di chiamarsi Eva. Ogni sera attendevo il suo arrivo con premura
maniacale. Cantava per me. La pagavo perché cantasse. Aveva una
voce splendida, riusciva a dar vita ad ogni cosa, a penetrare ogni
anima, anche la più sporca, la più trista, anche la mia.
Una voce come quella degli angeli. Ogni giorno vedevo il nero andarsene. Ogni giorno la mia vita ritrovava
un colore nuovo. Mille sfumature. Sorrisi e sguardi candidi. Eva. Il mio trofeo strappato
all’assenza. L’oro strappato da quel vuoto opprimente. Ogni
giorno, mi tirava fuori dal nulla. Eva. Nei miei sogni volava tra le foglie degli alberi. Mi baciava gli occhi, le guance, il mento. Mi baciava le labbra con struggente sensualità. Mi baciava con un amore fragile tra le dita. Eva ha trovato un lavoro in una libreria. Vive con me. Ci nutriamo di amore che sa di rose. Un amore consumato all’imbrunire del sole. Ed ogni giorno, mi tira fuori dal nulla.
14 Febbraio 2007
Mi sono innamorata. Avrà avuto vent'anni. Mi sono innamorata del ragazzo seduto accanto a me. Piangeva. Guardava la pioggia. Senza rumore. Non ansimava. Guardava fuori dal finestrino, in silenzio, e piangeva. Mi sono innamorata del ragazzo che era seduto vicino a me sull'autubus. Prima di sedermi gli ho chiesto se potevo. Lui mi ha guardata. Piangeva. Senza rumore, piangeva. La pelle perfetta, pura, candida. Delicato, piangeva. Le guance perfette, rigate da fiumi d'acido. Mi ha guardata e, impercettibilmente, ha annuito. Gli ho chiesto "Va tutto bene?". Piangeva. Non ha risposto. Ha sorriso, di un sorriso triste. Ha sorriso. Ed è tornato a guardare fuori dal finestrino. Guardava la pioggia. Quelle lacrime senza rumore. Quel sorriso devastante. Avrei preferito avesse risposto nel peggiore dei modi. Invece quel sorriso. Mi ha obbligata. Mi sono innamorata di quel sorriso. Perchè c'è sempre un momento. Era quello, il momento. C'è sempre un momento in cui tu decidi. Era quello il momento. Avrei potuto cambiare posto, o scendere alla prima fermata. Ma ho scelto di innamorarmi del sorriso del ragazzo seduto vicino a me. Ho scelto di innamorarmene senza condizioni. Avrei voluto conoscere il suo nome, il colore del suo sorriso. Avrei voluto conoscere il perchè di quelle lacrime. Piangeva guardando la pioggia. E me ne sono innamorata perchè quando si è amati fa meno male. Gli ho infilato la mano nella sua. L'ha stretta forte, senza guardarmi. Senza rumore, l'ha stretta forte. Guardava fuori dal finestrino, la pioggia. Piangeva lacrime d'acido. Le guance rigate. Il sorriso. Mi sono innamorata di quel sorriso. Perchè c'è sempre un momento. Perchè quando si è amati fa meno male.
30 Giugno 2010
post con bonus track nascosta... :)
la creatività in un post può essere impalpabile come un velo di zucchero. leggete se vi pare....
25 Ottobre 2007
è che la mia vita ci è leggermente surreale sono cieli grigi emozioni o di colori innaturali a pioggia col sole cui e in un momento non è tutto sottosopra si ciò che è sopra cade giù può e cio che è sotto sale sù rinunciare
25 Giugno 2010
17 Febbraio 2008
i colori distraggono dalle distorsioni e si fanno amare fino al midollo anche senza decantare astruse parole. mi danzano dentro, inzuppate di ataviche insostituibili sensorialità e plasmano a piccoli fiotti se stesse. si placano dolcemente sul mio sorriso. da qui, la mia mancanza di noia.
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